come stanno davvero le cose

Positivi di oggi e positivi di marzo: quel confronto senza senso

L'approfondimento: il virus è lo stesso e i numeri del contagio sono analoghi alla scorsa primavera, come i rischi di un'escalation

Positivi di oggi e positivi di marzo: quel confronto senza senso
19 Ottobre 2020 ore 14:34

L’impennata di positività al Covid-19 di queste settimane con relativa crescita esponenziale dei ricoveri, in Liguria, in Italia e in Europa intera, prevista e prevedibile, sta nuovamente mandando in fibrillazione governi e popolazioni. E se di fronte all’evidenza cede anche qualche “VIP” del panorama “ottimista”, se non proprio della sottovalutazione dell’emergenza, non demorde una pericolosa disinformazione che ancora cerca di dipingere il virus come “depotenziato”, “diverso” da quello della primavera. Ha fatto scalpore l’infettivologo Matteo Bassetti, che nei giorni scorsi è passato dal deridere le misure del Governo sull’obbligo di mascherina all’aperto di sera e notte, scherzando sul “virus fornaio”,  a invocare il coprifuoco notturno per le città con i più alti tassi di contagio come Genova

Tutto basato su un paragone – del tutto equivocato – sul numero di tamponi e percentuali di positività fra i dati odierni e quelli dei terribili mesi primaverili. Un paragone senza senso. Vi spieghiamo perché e perché sono ben altri i dati assoluti che preoccupano.

Positivi di oggi e positivi di marzo: quel confronto senza senso

Un fatto è un fatto, evidente. Ma analizzarlo solo empiricamente – errore tipico dei non esperti, noi compresi, ma ce lo siamo fatto spiegare – anziché sistematicamente nel suo contesto e nel contesto delle conoscenze accumulate, può trarre in inganno e portare ad equivocarne il significato. Il fatto è questo: i nuovi positivi giornalieri al Coronavirus stanno aumentando esponenzialmente (quasi 12mila ieri),  numeri superiori a quelli della primavera, ma è aumentato di molte volte  il numero di test, e – in percentuale – un numero molto maggiore di questi positivi al virus “sta bene”, “è asintomatico”. Così chi non conosce il sistema che genera questi numeri, e il loro significato, intepreta la cosa come la dimostrazione che il virus non è più lo stesso di marzo: è “depotenziato”, forse “mutato”, insomma tutto questo allarme è almeno parzialmente ingiustificato. Non è assolutamente così. Cosa è cambiato davvero?

Non è mutato il virus, che è sostanzialmente lo stesso di sei mesi fa, ma è mutato il sistema che lo va a cercare. Per l’appunto, si fanno molti più tamponi di quanti si facessero a marzo-aprile, si è passati in Italia dai 20-30mila al giorno circa ai 150mila circa al giorno. In primavera eravamo impreparati, stavamo appena cominciando a montare l’apparato di screening con gli ospedali già saturi di malati gravi, e i pochi tamponi che riuscivamo a fare non potevamo che farli in gran parte proprio a chi arrivava in ospedale in condizioni serie. Con l’ovvio risultato di ricavare un’altissima percentuale di positività sul totale dei tamponi. Dopo il lockdown e il periodo di “calma” vissuto in estate in buona parte grazie proprio agli effetti delle chiusure sistematiche che hanno ridotto la circolazione del virus, ci siamo trovati finalmente preparati a fare test a tappeto su larga scala. Oggi dunque si trovano anche molti di quegli asintomatici che, semplicemente, a marzo-aprile mai avrebbero avuto occasione di sottoporsi ad un tampone e restavano nell’ombra, fuori dalle statistiche.

L’esempio: il bias di selezione

Per farla semplice: immaginiamo di avere 100 sospetti contagiati di cui solo la metà è davvero positiva e solo 10 sono sintomatici e stanno male, ma solo 10 tamponi da fare; li faremo a quei 10 evidentemente malati e risulterà che il 100% dei tamponi sia positivo ed il 100% dei contagiati sia grave. Se abbiamo 100 sospetti contagiati di cui solo la metà è davvero positiva e solo 10 sono sintomatici, ma 50 tamponi disponibili, li faremo ai 10 sintomatici ed a 40 dei restanti 90 sospetti (di cui, abbiamo presupposto, 45 sono positivi). Ed ecco già uno scenario molto diverso: su 50 tamponi ci risulteranno 10 positivi sintomatici, 20 asintomatici (la metà di quei 40) e 20 non positivi. Da un 100% di gravità ci ritroviamo improvvisamente “solo” un 20% (10 su 50) e dal 100% a “solo” un 60% di positività al tampone (30 su 50). Il virus è lo stesso, è cambiato solo il numero di tamponi che abbiamo fatto, ed il criterio con cui abbiamo potuti farli, sul campione che avevamo a disposizione. Questo fenomeno, appunto, si chiama bias di selezione del campione.

È tutta qui la differenza che intercorre fra i numeri di oggi e quelli di marzo-aprile, e la spiegazione del perché paragonarli come se fossero sovrapponibili, ignorando il diverso bias di selezione dei due campioni messi a confronto, non ha alcun senso.

L’Istat lo aveva già previsto nei mesi scorsi

Tutto questo del resto lo ha dimostrato già mesi fa ormai – benché fosse noto a tutti gli esperti – l’indagine sierologica dell’Istat (1), che ha stimato che realisticamente in Italia, in primavera, i contagi nella popolazione fossero almeno 1 milione e mezzo, ben sei volte superiore al numero di positivi che i pochi tamponi fatti all’epoca hanno potuto individuare. Questo suggerisce una cosa: anche se oggi troviamo 10-12mila nuovi positivi al giorno, questo non significa che ci siano gli stessi milioni di contagi reali e “sommersi” sul territorio, perché quei 10mila non sono più solo una piccola frazione del reale totale ma una percentuale importante. Ma se dovessimo tornare agli stessi milioni di contagi, il numero di ricoveri e purtroppo anche di morti tornerebbe ad essere simile: comunque presumibilmente inferiore, le terapie si sono affinate nel corso dei mesi e il tasso di sopravvivenza è destinato ad aumentare, ma la magnitudo non potrebbe che essere analoga.

Come è salito il numero di nuovi casi in Europa, non da marzo a ottobre, ma da fine agosto ad ottobre

È questo l’allarme che i numeri in crescita in queste settimane stanno facendo scattare: l’aumento di positività, assolute e in percentuale sul numero di tamponi, non viene confrontato con marzo – gli esperti sanno benissimo che non serve a nulla – ma tutt’al più con agosto e settembre, che offrono un campione con un bias molto più simile e dunque più paragonabile, e questo mostra una tendenza allarmante alla crescita esponenziale. Crescita che, per sua natura, può rapidamente portare proprio a quei temuti milioni di contagi.

E più ancora sono i numeri, che per loro natura soffrono di ben pochi bias, quelli dei ricoveri in ospedale e in Terapia Intensiva, a dare un più certo specchio di quella che è la situazione reale nel Paese.

I numeri che gli “scettici” dovrebbero guardare

Al policlinico San Martino di Genova sono schizzati a circa 120 i ricoveri in poche settimane. Sono quelli i numeri che gli “scettici”, quelli del “virus depotenziato” dovrebbero guardare: ricoveri ormai oltre quota 6mila in Italia e, per citare la sola nostra realtà ligure, ormai prossimi a quota 400, quando a fine agosto erano appena 20.

Al San Martino ripristinato sabato il punto di triage respiratorio fisso al Pronto Soccorso. Al policlinico genovese sono schizzati a circa 120 i ricoveri in poche settimane.

I ricoveri si sono moltiplicati di 20 volte in poco più di un mese e mezzo: per definizione una crescita esponenziale, non dovrebbe servire esplicitare un’altra proiezione per capire cosa accadrebbe se i numeri continuassero a salire a questo ritmo per un altro mese e mezzo. E, naturalmente, si è così anche ripreso a morire a ritmo drammatico: in Liguria 11 morti fra i malati di Covid solo negli ultimi tre giorni. Questi sì, purtroppo, numeri che cominciano ad assomigliare per ordine di grandezza a quelli primaverili.

L’opinione dell’esperto: ricercatore, malato, guarito (forse)

Usciamo però di nuovo dalla Liguria per chiedere, ad ulteriore conferma, un parere esperto. Quello di Fabio Correnti, chimico e tecnologo farmaceutico e ricercatore nel settore immunologico a Bergamo. Correnti non è solo un professionista del settore, che i virus li manipola tutti i giorni in laboratorio, ma ha avuto la sfortuna di vedere l’emergenza non solo come esperto ma anche come bergamasco: e pure come malato, perché a Bergamo al contagio sono scampati davvero in pochi, ed è proprio per quella ragione che la città ha pagato uno dei  prezzi più alti in vite umane.

«Partiamo dal presupposto che l’OMS ha stimato la letalità del Coronavirus allo 0,62%» (2), spiega Correnti. Una letalità molto inferiore a quella apparente durante il picco dell’emergenza (per l’appunto per via dei bias di selezione dei campioni parziali) e persino inferiore a quella dell’1/2% stimata alla vigilia dell’ondata pandemica. «La mia opinione – prosegue – è che verosimilmente in Italia, colpita più duramente della media per esempio per fattori come l’età avanzata della popolazione e quanto accaduto all’interno delle RSA, un valore più attendibile possa anche aggirarsi attorno all’1%. Prendendo dunque in considerazione i 36mila morti in Italia viene facile stimare in almeno 3 milioni e mezzo i contagiati reali».

Più del doppio di quanto emerso dall’indagine sierologica dell’Istat, ma questo sarebbe facilmente spiegato, sottolinea Correnti, dal fenomeno della sieroreversione (3), un fenomeno che già ad agosto proprio Correnti – anch’esso per giunta vissuto sulla sua pelle – citava: «È emerso che l’immunità anticorpale, specie in pazienti che hanno visto il Covid-19 in forma lieve o asintomatica, può scomparire in poche settimane in buona parte dei casi».

Un fenomeno non tanto necessariamente significativo per quanto riguarda l’immunità di gregge dalle reinfezioni, «è risultata invece una buona risposta data dai linfociti T della memoria che, in base all’esperienza con altri virus fra cui SARS-CoV del 2003, può portare lo stesso ad una immunità duratura nel tempo», ma proprio nei risultati dei sierologici, che possono essere gravati da numerosissimi falsi negativi. Anzi, quanto avvenuto al Burlo Garofolo e il conseguente studio effettuato dall’Università di Trieste (4), che ha mostrato sui 720 lavoratori testati passare dal 17% di positività al sierologico di aprile al solo 1% alla ripetizione del test a tre mesi di distanza, potrebbe forse suggerire tassi di sieroreversione ancor più alti.

«A Bergamo le stime tendono a confermare tutto – prosegue infatti Correnti -: abbiamo avuto fra i 5mila e i 6mila morti, questo vorrebbe dire intorno al mezzo milione della popolazione (metà della provincia) contagiata; se poi vediamo l’indagine sierologica di giugno, un quarto della popolazione è risultato positivo: ma considerando per l’appunto il tasso di sieroreversione ecco che il totale tornerebbe plausibilmente a coincidere con la metà della popolazione».

Questa analisi, insomma, per quanto cauta e personale, ci conferma quanta attenzione e contestualizzazione sia necessaria nel leggere i numeri prima di ricavarne delle stime, e come quelli dei ricoverati e dei morti, per loro natura meno suscettibili di bias di campionamento, siano un metro molto più significativo – almeno all’occhio del pubblico generalista e non esperto – per comprendere meglio quale possa essere lo scenario attuale e quello futuribile.
Ma potrebbe anche indurci a rafforzare un altro equivoco molto frequente: “Ma allora, se la letalità è così bassa, è vero che non è poi questo gran problema! È davvero poco più di un’influenza!” è un altro mantra che vediamo ripetere sin troppo spesso.

«Attenzione, non è che fra due virus sia quello con la letalità più alta ad essere in assoluto quello più pericoloso», chiosa infatti Correnti (e lo faceva già ad agosto, a dire il vero, quando certi altri professionisti ancora vaticinavano di “virus indeboliti” senza alcun vero dato scientifico solidificato). «Facciamo un piccolo esempio: l’OMS come detto stima per Covid-19 una letalità dello 0,62%, anche fosse 1% come ipotizzato sopra è nettamente meno della letalità del 35% della MERS (scatenata da un altro coronavirus), eppure la prima ha ucciso più di un milione di persone in pochi mesi mentre la seconda poco più di 500 in 8 anni».

Siamo tornati al punto di partenza, insomma: la letalità assoluta di un virus può anche essere bassa, ma è il suo potenziale di diffusione a fare la differenza: con milioni di contagi anche letalità relativamente basse portano a mortalità molto alte. Lo abbiamo visto, abbiamo contato solo in Italia oltre 36mila morti in pochi mesi, stiamo ricominciando a contarli ed è talvolta addirittura deprimente dover insistere in questi approfondimenti di quello che, a conti fatti, dovrebbe essere un’ovvietà. Il tutto solo per convincere la popolazione ad essere cauta, a non sottovalutare il rischio, richiamata dalle chimere di certa politica e certa strumentalizzazione, ed a continuare a tutelare sé stessa e gli altri.

Anche perché, non dimentichiamocelo, ci sono ancora tante cose che non sappiamo di questo virus. La letalità non è il solo fattore da prendere in considerazione: non conosciamo ancora le conseguenze a lungo termine per chi si è ammalato ed è guarito. E non si sono ammalati con conseguenze e strascichi solo anziani già a rischio: proprio lo stesso Correnti, come accennato, ha passato il Covid sulla sua pelle. E benché lui sia giovane, 30enne e sportivo, alpinista, corridore, in perfetta forma fisica, persino lui non ne è uscito al 100%. «Io fortunatamente ho avuto una forma lieve della malattia, ma anche a diverse settimane dalla guarigione si sono protratte delle fitte più o meno forti ai polmoni legate al danno dell’infezione. Gli esami fatti in seguito alla guarigione hanno infatti mostrato che mi sono rimaste cicatrici nei polmoni. A me è comunque andata tutto sommato bene: un mio famigliare è stato ricoverato in serie condizioni per settimane, e ho avuto molti altri conoscenti ricoverati e, purtroppo, defunti». Una storia che, tragicamente, a Bergamo è comune a tanti.

Non sappiamo quindi se chi è guarito e guarirà dal Covid oggi non potrà avere ripercussioni sulla salute che emergeranno anche dopo anni dal contagio. Non è un fenomeno tanto raro: pensate solo alla varicella, per citare un esempio banale e quotidiano, causa, a decenni dal contagio, del fuoco di sant’antonio. O, per citare un esempio molto meno “banale”, la PESS, la panencefalite sclerosante subacuta: un’encefalite, mortale, che può emergere anni dopo il contagio da morbillo.

“Il virus non è mutato diventando più debole”

«Il virus c’è e sta continuando a circolare indisturbato fra la popolazione, è sempre lui, non è mutato diventando più debole», affermava Correnti già ad agosto, allegando l’albero filogenetico del virus per mostrare come da marzo non vi fossero state grosse modifiche ai vari ceppi, «quindi, vedendo l’aumento dei casi negli ultimi giorni, mantenere l’allerta alta rimane imperativo».

(1) https://www.istat.it/it/files//2020/08/ReportPrimiRisultatiIndagineSiero.pdf
(2) Estimating mortality from COVID-19
(3) Robust T Cell Immunity in Convalescent Individuals with Asymptomatic or Mild COVID-19
(4) Covid: ricerca del Burlo Garofolo di Trieste apre nuovi scenari sul vaccino

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