“Oggi racconto la storia che ha segnato per sempre le nostre vite. Dal primo gennaio 2025, per noi il tempo non è più lo stesso. Quella notte di Capodanno mio padre stava semplicemente lavorando, come ha sempre fatto. Stava buttando la spazzatura. Da lì la nostra vita è cambiata. So solo che ha sentito qualcuno parlare male di mia madre e lui, da uomo quale è sempre stato, non ha girato la testa dall’altra parte: ha chiesto spiegazioni, ha difeso la sua compagna. Da quel momento tutto è diventato buio”.
Così Alen Oliva racconta, a distanza di oltre un anno, la vicenda
che ha cambiato per sempre la vita del padre e della sua famiglia. Andrea Oliva, infatti, 49 anni, all’epoca titolare del “Night & Day” di Bordighera, la notte di Capodanno del 2025 venne presso a pugni da Cezar Postu, 27 anni, di origine moldava, ma abitante a Ventimiglia, oggi accusato di lesioni gravi per l’aggressione. Tre pugni in seguito ai quali cadde a terra e finì in coma. A distanza di tutti questi mesi è tornato a parlare, a riconoscere le persone, ma sarà difficile che possa anche tornare in piedi.
“È stato colpito tre volte, è caduto, ed è per quei colpi che ci è stato portato via. Coma, emorragia cerebrale, l’elicottero, l’operazione d’urgenza. Ricordo ancora quelle parole: ‘È molto grave, non sappiamo se ce la farà’. Dieci minuti dopo: ‘La tac è peggiorata’ – prosegue il ragazzo – In quell’istante il mondo ci è crollato addosso. Eravamo lì a piangere senza sapere cosa fare. Io non riuscivo neanche a respirare, ho avuto un attacco di panico e mi hanno messo su una barella mentre lui era sospeso tra la vita e la morte. Avrei voluto solo stargli vicino”.
Alen continua nel proprio racconto e descrive i particolari
che hanno caratterizzato i giorni immediatamente successivi a quella aggressione. “Poi sono arrivate quelle maledette 72 ore, che non sono state ore ma giorni, settimane, mesi. Un’attesa infinita, con la paura che non si svegliasse mai o che, se si fosse svegliato, non fosse più lui. Dopo cinque mesi ha provato a parlare: la voce era fioca, ma il corpo ancora non c’era. Era prigioniero di se stesso, immobile, circondato da materassi e cuscini antidecubito che cercavano di proteggerlo mentre il tempo passava. Sapevamo che dentro aveva tutto fratturato, ma nonostante questo era ancora qui, e già questo era un miracolo”.
Quando è stato trasferito a La Spezia ha iniziato a parlare un po’ meglio: “Ma non ci riconosceva. Non riconosceva me, suo figlio, non riconosceva mia madre, Katje. Parlava di cose senza senso e noi cercavamo di sorridere mentre dentro eravamo distrutti. Mia madre era allo stremo, io anche. Lo stress, la paura e il dolore ci hanno cambiati, e anche lei ha dovuto chiedere aiuto per riuscire a reggere tutto questo”.
Dopo nove, dieci mesi, finalmente ha iniziato a tornare.
“Mi ha riconosciuto, ha iniziato a parlare davvero. Anche se ancora oggi a volte parla di codici, chiavi, soldi, cose che non hanno un filo logico, so che quello è il segno della battaglia che combatte ogni giorno. È passato più di un anno. Non sappiamo se tornerà in piedi e i medici ci hanno detto che è molto difficile che possa riprendersi del tutto. Forse è vero, forse niente tornerà come prima. Ma una cosa la so con certezza: mio padre è un guerriero. È sopravvissuto a qualcosa che avrebbe ucciso chiunque e, anche se questa storia ci ha segnato per sempre, nessuno potrà mai portarci via l’amore che ci lega. Io sono qui, mia madre è qui e, anche se siamo cambiati, anche se siamo stanchi, anche se forse non ci riprenderemo mai davvero da tutto questo, non lo lasceremo mai solo”.
Conclude il giovane
“Ti voglio bene, papà, più di quanto riuscirò mai a dirti a parole. Nella prima foto c’è mio padre con mia madre in vacanza a Barcellona, intorno al 2016-2017. Nella seconda c’è mio padre nel letto d’ospedale, pochi giorni fa”.
Le due foto pubblicate dal figlio, a destra un anno dopo l’aggressione del Capodanno 2025