al monumento dei caduti della Giaira

Un 25 aprile in musica a Tavole con l’orazione di Enrico Revello accompagnata dalla chitarra di Diego Campagna

L'oratore (ex segretario generale della Cgil) e il grande chitarrista due figure rappresentative della piccola frazione di Prelà

Un 25 aprile in musica a Tavole con l’orazione di Enrico Revello accompagnata dalla chitarra di Diego Campagna

Tradizionale cerimonia per la ricorrenza del 25 aprile questa mattina al Monumento ai Caduti per la Libertà alla Giaira, lungo la strada provinciale Tavole – Villatalla nel comune di Prelà. Dopo la benedizione di Don Tommaso (in polacco Thomasz Joseph Jochemczyk)   e il saluto del Vice Sindaco del Comune di Prelà Eliano Brizio, si è tenuta  l’orazione di Enrico Revello,  impreziosita dall’omaggio musicale di Diego Campagna. Sia Revello e che Campagna sono personalità storicamente legate alla frazione di Tavole.

L’orazione di Enrico Revello

Di seguito l’orazione letta da Enrico Revello, che ha raccontato, sviluppandone la storia, i fatti alla base del monumento ai caduti alla Giaira di Tavole.

“E’ l’alba del 31 gennaio 1945, ma è ancora notte. Circa 200  soldati tedeschi e fascisti, raggiunta Valloria, transitano  sopra Tavole e si incamminano per il sentiero che portano al  passo della Pistona. Scartano il paese per il timore che,  vedendoli, qualcuno possa andare ad avvisare i partigiani  del distaccamento Paglieri che sostava in un casone in località Nicuni a nord-ovest di Tavole, obbiettivo del  rastrellamento.

“Oltrepassato il paese si dividono in due gruppi, uno  prosegue per la mulattiera che conduce alla Pistuna con  l’intenzione di circondare a nord il casone, altri proseguono  per le le fasce che li conducono a un casone ubicato più in  basso e si fermano. Precedentemente da questi ultimi, si  era staccato un gruppo di fascisti che aveva raggiunto il  casone detto di Emma. Al casone di Nicuni è di vedetta il  partigiano Walter Cappelletti (Nano) che sente una voce  giungere dal basso “Silenzio ci siamo”.

“La neve che copre tutta la zona attutisce ogni rumore, ad un  tratto dalla mulattiera per la Pistuna i nazi-fascisti aprono il  fuoco. I partigiani, presi di sorpresa, corrono ai ripari  cercando di formare una linea di difesa sopra il casone. Ma  giunti allo scoperto, sono investiti da numerose raffiche: alcuni cadono, altri rimangono feriti, altri riescono a mettersi  in salvo. 

“Al termine della sparatoria giacciono sul terreno:
Tommaso Ricci (Timoscenko),
Matteo Zanoni (Matteo),
Manfredo Raviola (Battista),
Bartolomeo Dulbecco (Cristo),
Ernesto Ascheri (Livio),
Ivan Poliesciuk (Joseph).
Vengono catturati:
Ernesto Deri (Deri – Austriaco),
Adler Brancaleone (Oscar),
Matteo Cavallero (Stella),
Biagio Giordano (Insalata).

“I quattro, sottoposti nei giorni successivi a interminabili torture, verranno fucilati dietro il cimitero di Oneglia il  15 febbraio 1945.   Un garibaldino già prigioniero dei tedeschi, ma riuscito in  seguito a fuggire, ha raccontato che poche ore prima di  essere fucilato Ernesto Deri (Austriaco) gli disse: “quando
vedrai il “Curto” (il nome di battaglia di Nino Siccardi,  responsabile dei GAP) digli che noi moriamo così come  siamo vissuti. Digli che nessuno di noi ha parlato.”

“Celeste De Andrei (Leone), catturato anche lui in Nicuni,  verrà fucilato il giorno stesso su Capo Berta.  Il comandante Gino Gerini, uno di quelli che riuscirono a  mettersi in salvo ha scritto:  “Appena fuori tiro, cercai di raggiungere gli uomini, molti  mancavano e fu soltanto verso sera che riuscii a mettere
insieme una metà del distaccamento.  Eravamo tutti laceri, contusi e bestialmente stanchi, non avevamo più scarpe, gli abiti erano a brandelli e fradici, la
fame ci tormentava senza posa e per di più eravamo  terribilmente depressi.

“Camminammo, camminammo come automi e alla fine  raggiungemmo Costa di Carpasio dove ritrovammo alcuni  dei nostri giunti per un’altra strada. Vi restammo tutto il  giorno e la notte appresso, assistiti dagli abitanti del luogo,  che ci nutrirono e ci vestirono.  La mattina dopo partimmo nuovamente in direzione Tavole.  All’uscita da Villatalla, mentre attraversavamo il ponte,  scorgemmo a distanza una folla di gente. Ci avvicinammo.  Sei bare di Sei partigiani caduti sfilavano davanti a noi  precedute da un grande drappo bianco.  I nostri compagni morti ci venivano incontro portati a braccia dal popolo per il quale erano caduti. Compagni che qualche  giorno prima avevano diviso con noi i pericoli, il pane, il sonno”.