In occasione dell’avvio, lunedì 28 settembre, dei lavori di restauro e riqualificazione dei portici di Calata Cuneo, il circolo di Imperia del Partito della Rifondazione Comunista propone all’Amministrazione comunale il posizionamento di una targa marmorea dedicata alle vicende che nel 1945 evitarono la distruzione del porto di Oneglia e di una parte significativa della città.
Calata Cuneo, una targa per ricordare chi salvò il porto dalla distruzione nel 1945
L’intervento sui portici, sottolinea Rifondazione, rappresenta anche un’occasione per preservare l’identità storica e architettonica di uno dei luoghi simbolo di Imperia e, proprio per questo, potrebbe essere il momento adatto per riportare alla memoria una vicenda che ebbe un ruolo importante nella storia della città. Un’iniziativa analoga, ricorda il partito, era già stata avviata nel 2004.
La vicenda risale agli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Nei primi mesi del 1945, l’esercito tedesco, ormai in vista della ritirata, aveva minato il porto di Oneglia con 28.500 chilogrammi di tritolo. Una quantità di esplosivo che, se fatta detonare, avrebbe potuto provocare la distruzione del porto e di tutta via Des Geneys, causando inoltre pesanti danni al resto della città e compromettendone anche la successiva ripresa.
A intervenire furono i militanti delle SAP, le Squadre di Azione Patriottica coordinate con la Resistenza, che attraverso una rete informativa costruita nel tempo riuscirono a cercare una soluzione per evitare l’esplosione.
Secondo la ricostruzione contenuta nel comunicato, a far parte di questa rete furono Giuseppe Garibaldi (Pippo), Carlo Natta, Orazio Parodi (Guan), Aicardi (Quam), Roberto Amadeo, Felice Marabelli, Giacomo Spinelli, Giovanni Tocco, Pietro Natta, Egidio Girelli, Giovanni Acquarone (Cartò), Domenico Persico (Menicco) e Francesco Berardi.
La rete di informazioni portò anche a rischiosi incontri presso il Bar Ligure sulla Crocera, il cui titolare Giacomo Gobbi si mise a disposizione come interprete. Fu in questo contesto che i rappresentanti della Resistenza riuscirono a entrare in contatto con il maresciallo dei guastatori tedeschi Johannes Schlieben.
La sera del 24 aprile 1945, quando ormai la liberazione della città era imminente, Schlieben accettò di disinnescare gli esplosivi predisposti per la distruzione del porto. L’operazione avvenne, secondo la ricostruzione di Rifondazione, intorno alle 21, evitando così che le mine potessero essere fatte esplodere.
Il comunicato sottolinea inoltre il carattere unitario e plurale della mobilitazione per la difesa della città. Le SAP e le formazioni legate al CLN raccoglievano infatti militanti di diverse appartenenze politiche: dalle Brigate Garibaldine, legate al Partito Comunista Italiano, alle Brigate Matteotti del PSIUP, dalle formazioni di Giustizia e Libertà legate al Partito d’Azione alle Fiamme Verdi e alle formazioni popolari di area cattolica, fino a gruppi liberali e autonomi, nei quali erano presenti anche militari, simpatizzanti liberali e monarchici.
Rifondazione propone una targa anche per Calata Anselmi, a Porto Maurizio, dove si verificò una vicenda analoga. Anche in questo caso, secondo la ricostruzione del partito, fu il sappista Francesco Berardi, attraverso il coordinamento della rete informativa del CLN, a intervenire per evitare la distruzione del porto.
Berardi convinse infatti l’agente della Pubblica Sicurezza di Porto Maurizio Raul Mieli a promettere salva la vita al maresciallo della Marina tedesca Herman Deget, incaricato di far esplodere le mine. Deget, alle 19 del 24 aprile 1945, disattivò le 328 cariche esplosive predisposte nell’area, salvando Calata Anselmi, i moli e la Marina di Porto Maurizio.
Per Rifondazione Comunista, il salvataggio delle infrastrutture portuali di Oneglia e Porto Maurizio rappresentò un passaggio fondamentale per la successiva rinascita della città. Una vicenda meno conosciuta rispetto agli scontri militari della Resistenza, ma che, secondo il partito, contribuì concretamente a preservare infrastrutture essenziali per lo sviluppo economico e sociale del dopoguerra.
Da qui la richiesta di ricordare quei fatti attraverso due targhe, come segno di riconoscenza verso coloro che, nelle ultime ore dell’occupazione tedesca, rischiarono la propria vita per impedire la distruzione dei porti e garantire alla città la possibilità di ripartire dopo la Liberazione.