Ieri il turno del Consiglio comunale di Taggia Oggi quello della provincia. L’ente ha approvato all’unanimità la mozione presentata dal consigliere di minoranza Gabriele Cascino (PD) relativa alla discarica di servizio abbinata al biodigestore.
No all’apertura anticipata della discarica di servizio
Lo stesso, nella sua veste di consigliere comunale, autore di una mozione analoga passata ieri dal parlamentino taggese. Arriva l’impegno formale della provincia a sottoscrivere la volontà di continuare nella realizzazione dell’impianto biodigestore – i cui lavori procedono a rilento – destinato a chiudere il ciclo dei rifiuti nell’Imperiese. E, al contempo, depennare qualsiasi utilizzo improprio dell’impianto. Tradotto: non aprire la discarica di servizio dell’impianto in anticipo rispetto ai tempi di messa in funzione, prevista per ora a maggio 2027.
L’ipotesi spuntata più volte, nel corso degli anni. Peraltro dalle parole dello stesso presidente Claudio Scajola, in ultimo a febbraio 2025, nel giorno dell’assegnazione dei lavori alla Waste Recycling Imperia. Ci sono parecchi problemi a procedere in tal senso: alcuni squisitamente tecnici, relativi alla progettazione della discarica, pensata per accogliere solo rifiuti inertizzati e già “passati” sotto le cure del biodigestore e del separatore dell’impianto e alcuni burocratici. Modificare il progetto in corsa espone la procedura a una valanga di ricorsi. E il biodigestore, in evidente affanno sul fronte del reperimento di fondi, non può permettersi ulteriori ritardi.
La necessità, in via emergenziale, si ravviserebbe con il costo elevato della Tari per gli imperiesi. Attualmente, la provincia “esporta” i suoi rifiuti in una discarica savonese, dopo l’esaurimento di quella di Collette Ozotto (Taggia). Al costo di circa 9 milioni di euro all’anno. Destinati, ovviamente, a gonfiare le imposte dei cittadini, soprattutto dopo che il Ministero ha ritirato i 6,4 milioni di euro PNRR dal progetto biodigestore, vicenda per la quale Scajola è indagato insieme all’ex dirigente Michele Russo e l’ad di Avalon Riccardo De Micheli per averli percepiti indebitamente. Servivano proprio ad abbattere il costo della Tari.
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