Franco Malerba, ingegnere, ex ufficiale della Marina, giornalista e saggista, ma soprattutto primo italiano nello spazio, ospite d’onore ai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo nelle scorse settimane.
L’intervista al primo italiano nello spazio: «Un astronauta non va mai in pensione»
L’appuntamento della nuova stagione della kermesse dedicata all’esplorazione delle stelle, in occasione del termine delle iniziative per i 400 anni dalla nascita di Gian Domenico Cassini. L’ex astronauta nel Teatro dell’Opera per una conferenza in cui ha toccato diversi temi: dalla figura dello storico astronomo e uomo di scienza originario di Perinaldo, alla sua esperienza sullo Space Shuttle, ma soprattutto per parlare delle nuove sfide che attendono la Generazione Beta (dal 2010 al 2020), nel campo dell’esplorazione spaziale.
Che cosa dovranno aspettarsi gli astronauti della Generazione Beta?
«Ci sono diversi nuovi aspetti di questa grande avventura che è l’esplorazione dello spazio. Oltretutto viviamo in un’epoca particolarmente fortunata perché vediamo moltiplicarsi le tecnologie che si dispiegano sia al servizio del pianeta terra che dell’esplorazione. In particolare. In particolare c’è quella dimensione, quella che parla all’immaginazione e alla fascinazione che è l’esplorazione dei pianeti che ci circondano, in particolare della luna. Per la Luna c’è un programma che si chiama Artemis, tra l’altro in cui è coinvolta anche l’Italia in modo significativo, che dovrebbe riportarci entro questa decade sulla luna, con l’obiettivo di restarci, non piantando una bandiera e lasciando un’impronta e basta. questo perché dal ‘69 abbiamo messo a punto nuove tecnologie, acquisito nuove competenze e adottato un nuovo modo di concepire l’esplorazione spaziale. Questo fa sì che quello che si sviluppa per lo spazio poi serva anche nella quotidianità sulla Terra e viceversa. C’è un continuo scambio che ha un ritorno economico importante, tanto che si parla di Space Economy».
Siamo qui per i 400 anni dalla nascita di Gian Domenico Cassini. Cosa è rimasto della sua figura oggi? È ancora presente?
«Attraverso le informazioni che abbiamo raccolto grazie alla missione che porta il suo nome, Cassini, che dieci anni fa ha esplorato Saturno e i suoi anelli, abbiamo scoperto qualcosa. Dall’analisi dei dati, recentemente, si sono scoperti dei soffioni al polo della luna Encelado, emissioni di materiale che paiono suggerite un ambiente favorevole allo sviluppo della vita. Una riunione del Consiglio dei Ministri europei dell’Esa, sulla base di queste nuove interpretazioni, ha deciso di mettere in piedi una missione per andare a esplorare il satellite, magari atterrarci pure».
C’è un’interazione concreta tra la vita quotidiana e l’esplorazione spaziale?
«Lo spazio ci racconta ogni giorno di queste nuove infrastrutture spaziali. I satelliti, Galileo, i GPS, Starlink che è stato determinante nella guerra in Ucraina. Oggi se ne parla come di un ipotetico supporto per la rivoluzione iraniana, questo tentativo dei giovani di modificare il loro sistema. Questo ci dice come le tecnologie, in particolare l’utilizzo del, come lo chiamo io, “Mare Spazio” che stiamo imparando a navigare, siano importanti. Sia per capire meglio come funziona il nostro pianeta, sia come strumenti al servizio delle istituzioni. Tant’é che anche l’Europa si impegna ad avere sistemi di telecomunicazione equivalenti e non siamo secondi a nessuno sul campo».
Come si diventa astronauti?
«La mia storia è un po’ atipica perché credo che sia inevitabilmente così per tutti coloro che aprono una strada nuova. Io sono stato il primo italiano astronauta, in una missione che il Piano Spaziale Nazionale (antenato dell’Agenzia Spaziale Italiana) aveva messo in piedi in collaborazione con ESA e NASA per portare nello spazio un satellite quai tutto made in Italy con strumentazione che proveniva da laboratori italiani. È stato il debutto dell’Italia nell’astronautica. Quando si fanno le cose per la prima volta bisogna anche imparare un po’ il mestiere, quindi era un po’ più difficile di quanto non lo sia oggi. Passare per una selezione, diverse fasi di addestramento. Abbiamo dovuto crearci il nostro percorso, anche grazie alla missione molto bella che abbiamo portato nello spazio. Ci sono state delle selezioni in Italia, poi le ha fatte la Nasa e finalmente, nel 1989, ho ottenuto il biglietto di imbarco. Avevo fatto un primo tentativo negli anni ‘70, ma erano gli Anni di Piombo, c’era il rapimento Moro e la politica italiana, anche per destinare le risorse, era concentrata altrove».
Quando si è in orbita, cosa si pensa di fronte all’enormità di ciò che si vede e che si sta facendo?
«In un certo senso, sì, ci si pensa. Io ho volato con lo Space Shuttle, ed erano missioni molto concitate, dense di attività, si lavorava su due turni, uno di giorno e uno di notte, in modo che ci fosse sempre qualcuno a servizio degli esperimenti che dovevamo fare e richiedevano più ore. Però, ad esempio, sulla stazione spaziale internazionale c’è oggi una maggiore routinarietà, hanno anche la domenica libera. Hanno una routine molto intensa, ma più rilassata. Li invidio un po’, perché in questo contesto ci si può abbandonare alla esplorazione del cosmo, all’osservazione del cielo. Hanno un modulo per guardare lo spazio. Noi eravamo molto pressati dalla timeline del piano di volo, questo tempo libero per poetizzare non lo avevamo. Certamente ci è rimasto al ritorno, un ricordo indimenticabile. Ci fu un momento nel quale il comandante della missione consegnò a me e a un altro collega svizzero che volava per la prima volta un cartoncino con una poesia di un poeta francese René Daumal, Il Monte Analogo. Recita che la salita è complicata, ma impari un sacco di cose. Tienile a mente perché ti serviranno quando tornerai a terra attraverso le strade della valle. Ecco, forse è questo un po’ il messaggio. L’esperienza dello spazio ci da un imprinting che poi cerchiamo di conservare e trasmettere tornando a casa. In un certo senso dico che gli astronauti non vanno mai in pensione. Siamo come i preti, dobbiamo continuare a portare l’annuncio, la testimonianza di una grande avventura. Non andiamo lassù come ““Io”, ma come “Noi”».
Un tema attuale: nello spazio ci sono più opportunità o più rischi geopolitici, come ha detto il presidente francese Macron?
«Lo spazio è un nuovo mare e ne ha tutte le opportunità, parlare di neocolonialismo mi pare eccessivo. Naturalmente è sempre successo che le nuove tecnologie hanno permesso di fare cose anche sbagliate. Ero un grande sostenitore di internet, delle comunicazioni via rete. Ma oggi quando vedo questi social e la libertà di diffamare penso che sia una cosa assolutamente negativa. Dobbiamo stare in guardia».
Ha qualche considerazione sulla svolta “privata” che ha preso l’esplorazione spaziale, per esempio con l’imprenditore Elon Musk?
«Da un certo punto di vista c’è il merito di un imprenditore visionario che ha messo in piedi questo nuovo modo di operare. Non solo Star Link, ma anche il turismo spaziale e i voli privati con SpaceX. Abbiamo messo in orbita con grande soddisfazione il satellite italiano Cosmos, ma abbiamo usato un vettore di SpaceX. Direi che però è un campanello di allarme, perché gli altri, in particolare l’Unione Europea si diano una scossa. Prendiamo ad esempio il sistema di navigazione satellitare Galileo. Sono stato tra i relatori al Parlamento Europeo del progetto, l’ho tenuto in fasce. Non fu facile far passare l’idea che avremmo dovuto investire in questo sistema. C’erano diverse voci contrarie: c’era chi diceva che l’Europa non aveva le basi giuridiche per occuparsi del programma. Chi invece sosteneva che era meglio utilizzare il sistema USA, già a disposizione, con un accordo. Alla fine si è parlato di sovranità europea. Non vorresti avere dei pompieri mercenari, vorresti avere le tue proprie risorse. oggi invece l’Unione Europea si vanta di Galileo come uno dei progetti di maggior successo. Però ci sono voluti 15 anni prima che venisse finanziato e messo in opera. Dovremmo mettere un po’ il piede sull’acceleratore su certe cose, invece che piangerci addosso».
Un messaggio per i futuri astronauti della generazione Beta?
«Naturalmente non è che voglio portare tutti nel settore tecnologico, però nel settore ingegneristico ci sono tante opportunità. E sono mestieri belli perché ti portano a interagire con altre persone di altri paesi nei programmi internazionali. Come sottoprodotto c’è anche una apertura della mente. Io credo che sia un’avventura molto interessante. Non prometto di diventare astronauta a chiunque, anche perché ci vuole una buona dose di fortuna oltre alla bravura, ma il mestiere legato alle nuove opportunità è spesso molto gratificante».
Il personaggio
Franco Malerba (ufficiale di complemento della Marina, ingegnere), classe 1949, nato a Busalla, alle porte di Genova è stato il primo astronauta italiano della storia, avendo fatto parte dell’equipaggio come specialista del carico portato in orbita dallo Space Shuttle Atlantis il 31 luglio 1992 nel corso della missione STS-46. Ha trascorso 7 giorni, 23 ore e 15 minuti nello spazio. L’obiettivo principale del blitz (si fa per dire, 127 orbite complete e 5 milioni di chilometri di viaggio complessivo) fu il dispiegamento del satellite scientifico europeo EURECA (European Retrievable Carrier) e il primo test del Tethered Satellite System (TSS) (Sistema di Satelliti Collegati) della NASA/ASI. E’ stato anche eurodeputato per Forza Italia dal 1994 al 1999 e consigliere comunale a Genova. Dopo il rientro sulla Terra, Franco Malerba è stato uno dei membri fondatori della Società Spaziale Italiana (SSI).
Al termine della conferenza, presentata l’antologia letteraria “Gian Domenico Cassini da Perinaldo al cielo” (Edizioni Leucotea) curata da Marco Mauro, consigliere delegato alla Cultura del Comune di Perinaldo e da Marzia Taruffi, curatrice delle sezioni culturali della stessa Casa da Gioco