Il Clover Club è uno di quei cocktail che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. Nato alla fine dell’Ottocento a Philadelphia, prende il nome dall’esclusivo club di uomini d’affari e professionisti che si riunivano davanti a un drink elegante, simbolo di convivialità e buon gusto.
La sua ricetta, a base di gin, agrumi, lampone e albume, è diventata negli anni un perfetto esempio di equilibrio tra freschezza, morbidezza e struttura.Per molto tempo è rimasto nell’ombra, quasi dimenticato, per poi tornare protagonista grazie alla riscoperta dei grandi classici. Oggi il Clover Club è considerato uno dei sour più raffinati della miscelazione internazionale, capace di conquistare con la sua consistenza vellutata e con un’eleganza che non passa mai di moda.Dietro al mio bancone è diventato l’Ho – ney Roots.
Il gin lascia il posto a un rum infuso alla barbabietola, che aggiunge profondità e una delicata nota terrosa senza appesantire il sorso. Il miele sostituisce lo sciroppo di zucchero, regalando una dolcezza più avvolgente, mentre il lime mantiene viva la freschezza e sostiene tutta la struttura del cocktail. La mora prende il posto del lampone, arricchendo il profilo aromatico con sfumature più intense e un colore profondo, mentre l’albume lega ogni ingrediente in una consistenza soffice e setosa.
Il risultato è un drink che conserva l’anima del Clover Club, ma la racconta con un linguaggio diverso. Più intenso, più materico e contemporaneo, senza perdere quell’equilibrio che ha reso questo classico immortale.
Perché reinterpretare un grande cocktail non significa cambiarne l’identità. Significa comprenderne l’essenza, rispettarla e accompagnarla verso una nuova storia.
E magari farvi venire voglia di tornare qui, la prossima settimana, per scoprire il prossimo racconto da bere
(Riccardo Semeria, professionista sanremese con esperienza internazionale, ha vinto per il secondo anno consecutivo il titolo Aibes di miglior barman della Liguria)
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