LUTTO NELLE ARTI MARZIALI

Addio a Celestino Claudiano, tra i più grandi maestri di karate

Settimo dan della disciplina wado-ryu è stato allievo di Tatsuo Suzuki, a sua volta discepolo del fondatore Kuo Hironori Otsuka

Addio a Celestino Claudiano, tra i più grandi maestri di karate

Bordighera piange Celestino Claudiano, 80 anni, uno dei più grandi maestri di karatè shotokan di Italia ma anche a livello internazionale.
Settimo dan della disciplina wado-ryu è stato allievo di Tatsuo Suzuki, a sua volta discepolo del fondatore Kuo Hironori Otsuka.

Pubblichiamo l’intervista esclusiva tributo realizzata dal settimanale La Riviera, nell’aprile del 2025

BORDIGHERA – È tra i pochi insegnanti che possono fregiarsi del settimo dan di wado-ryu, in Italia e all’estero, e uno dei più grandi karateka viventi. Delle arti marziali ha fatto la propria vita, crescendo centinaia migliaia di allievi, secondo l’etica delle discipline orientali basata sui principi di uguaglianza e lealtà. A 79 anni sensei (maestro) Celestino Claudiano, originario di Torre del Greco, in provincia di Napoli, ma da circa cinquantatré anni abitante a Bordighera, non ha ancora perso l’entusiasmo di insegnare e sul tatami di Bigauda, a Camporosso, incontra i tanti praticanti, giovani e adulti, che seguono con interesse le sue lezioni.

Quando è sbocciata questa sua passione per le arti marziali e per il karate, in particolare, che non ha mai abbandonato nel corso degli anni?
“Ho cominciato a praticare a inizio anni Settanta del secolo scorso e nel 1978 ho intrapreso la via dell’insegnamento in diverse palestre della nostra provincia: due anni a Ventimiglia, poi mi sono trasferito a Bordighera, in via Primo Maggio; per sette anni ho insegnato al Don Bosco di Vallecrosia e da circa un anno sono a Camporosso. Dopodiché ho aiutato molti miei ex allievi ad aprire palestre in diverse parti della Liguria”.

Vogliamo citarne alcuni?
“A Ventimiglia, ad esempio, c’è Luca Valente; a Bordighera Franco Ciccia e Paolo Conte; ad Andora Ilario Simonetta. E posso ancora citare Carmine Cosentino, a Sanremo. Ci sono poi tanti miei allievi, che hanno aperto palestre di altre discipline, come la kick boxing, ma io sono sempre rimasto fedele al karate tradizionale”.

Lei è stato discepolo di Tatsuo Suzuki, uno dei più importanti maestri giapponesi di stile wado-ryu, nonché tra i pionieri nella diffusione dell’arte marziale in Europa, oltre che allievo di Kuo Hironori Otsuka, fondatore del wado-ryu stesso. C’è un aneddoto, in questo caso, che vale la pena raccontare?
“Con Suzuki c’era un grande amicizia, eravamo come fratelli. Morì il 12 luglio del 2011. All’epoca, partii con due miei allievi, tra cui ragazza che mi faceva da interprete, per Londra, dove da lì sarebbero stati celebrati i suoi funerali. Quando passò la bara, la moglie di Suzuki e alcuni maestri mi chiamarono. Volevano che portassi anche io il feretro. Questo è l’epilogo di un rapporto, che si è venuto a costruire in una quarantina d’anni”.

Suzuki frequentava casa di Celestino, che lo ospitava un paio di volte all’anno, in occasione di altrettanti stage. Per loro era pure l’occasione di allenarsi assieme. C’è un altro episodio, che ricorda con piacere. Quale?
“Sì. Andai in Giappone in occasione di un raduno di arti marziali. C’era una folla sterminata di appassionati, io ero lì in mezzo. A un certo punto Suzuki mi chiamò al microfono: volle che salissi sul palco con lui. Stavano festeggiando il suo compleanno. Con lui sono stato anche a Osaka e poi di nuovo a Tokyo all’università di arti marziali”.

In tutti questi anni, cosa le ha dato più soddisfazione, o meglio qual è il sogno che è riuscito a realizzare?
“Mi ha fatto molto piacere essere riuscito ad aprire tante palestre, grazie all’aiuto della mia famiglia, mettendo a disposizioni di giovani e meno giovani questa meravigliosa disciplina. E poi, l’aver strappato tanta gente dalla strada o dalle cattive compagnie”.

A proposito di cattive compagnie: purtroppo, c’è ancora chi concepisce le arti marziali come un’arma per attaccare briga e fare il bullo. Ma lei è sempre stato contrario a questa filosofia di vita
“Wado ryu significa ‘via della pace’ ed ho sempre insegnato il karate solo per difesa, sospendendo chi usava questa disciplina solo per picchiare e ci sono stati diversi casi in questi anni. Però, devo anche dire che molti di questi ragazzi, che un tempo erano i classici attacca brighe, sono cambiati diventando persone eccezionali. Tanti sono sposati con figli e quando mi incontrano è ancora una festa”.

Anche nel karate, come in tanti sport, esistono le invidie e i contrasti. C’è un aneddoto in particolare, giusto?
“Sono sempre stato dell’idea che il karate fosse utile per difendersi, ma molti altri maestri sostenevano che ‘chi attacca, picchia due volte’. Un giorno mi chiamarono e andai a Sanremo da un vecchio maestro, che mi accolse con due cinture nere. Rimasi male per questo fatto, perché volevano mettermi alla prova, vedere se fossi stato in grado di contrastare il loro attacco. Volevano solo dimostrarmi, che chi usa il karate per attaccare vince rispetto a chi lo usa per difendersi. Hanno entrambi avuto la peggio e, alla fine, dovettero rassegnarsi al fatto che il karate può essere valido anche per resistere a un’aggressione”.

Lei è sempre rimasto fedele al karate tradizionale wado ryu. Non solo non ha provato altri stili di karate, ma non ha voluto neppure scendere a compromessi con altre discipline più che altro sportive, sicuramente affascinanti, ma dotate di un minor rigore.
“Il mio unico rammarico è stato constatare che alcuni istruttori non si sono comportati nella linea giusta col wado ryu. Alcuni pretendevano che abbandonassi la tecnica, per indossare i guantoni sul tatami e praticare sport diversi come la kick boxing. Inoltre, non ho mai fatto gare, pur avendo preparato molti allievi, che sono arrivati fino ai campionati europei”.

Lei avrebbe potuto conquistare l’ottavo dan, riconoscimento che più o meno si conta sulle dita di una mano nel mondo, ma c’è un motivo per cui ha rinunciato.
“Suzuki, che era ottavo dan, mi diede il sesto e prima di morire disse a Jon Wicks, che è world chief instructor, attuale leader della federazione internazionale, di assegnarmi il settimo. Fu lo stesso Suzuki, tra l’altro, a promuovere Wicks all’ottavo dan”.

Cosa succede, dunque?
“All’epoca mandarono a chiamare Sensei Suzuki per conferirgli il nono dan. Lui, tuttavia, rispose che non poteva accettare, perché solo il suo maestro Otsuka (nel frattempo morto, ndr) avrebbe potuto conferirglielo. Non valeva, infatti, ricevere un dan da qualcuno che non fosse il suo maestro. Quando Wicks mi chiamò per il settimo, subito rinunciai, perché solo Suzuki avrebbe potuto trasmettermi il grado. Ma seppi, poi, che fu lo stesso Suzuki, prima di morire, a delegare Wicks e allora accettai”.