Coronavirus

Quanti sono davvero gli asintomatici?

In Campania dalle tabelle appaiono essere il 95%, in Liguria le tabelle del flusso dati farebbero sembrare siano appena l'8%: dove sta la verità? E sono davvero così tanti di meno i ricoveri in Terapia Intensiva? Nei numeri ufficiali dell'ISS c'è la risposta

Quanti sono davvero gli asintomatici?
25 Ottobre 2020 ore 10:14

Quanti sono davvero gli asintomatici?

In questi giorni si sono viste grandi polemiche riguardo le nuove misure di contenimento del contagio, soprattutto nel caso campano che – pur con la mano e l’infiltrazione della Camorra nelle rivolte più violente, in quanto dal coprifuoco la malavita vede un danno enorme alle proprie attività illecite quali lo spaccio e la prostituzione, che si svolgono prevalentemente di notte – ha suscitato forti resistenze fra la popolazione legittimamente allo stremo e che teme per il proprio benessere economico già provato da un anno difficilissimo. Fra le frecce nella faretra di chi frena sulle misure di contenimento vi è il presunto altissimo tasso di asintomatici, a differenza di quanto accadeva in primavera: sarebbero addirittura il 95%. È vero? Purtroppo no.

Quanti sono davvero gli asintomatici?

A veicolare questo presunto rassicurante tasso di asintomaticità, oltre a qualche solito più o meno sedicente esperto che parla a titolo personale senza addurre alcun dato ufficiale, questa volta vi sono state anche comunicazioni effettivamente ufficiali, come alcune tabelle sull’andamento quotidiano pubblicate dalla Regione Campania, che effettivamente mostrerebbero proporzioni di quell’ordine di grandezza. Ma a una verifica dei numeri appare evidente che, nel caso di quelle infografiche campane, si siano verosimilmente classificati come asintomatici tutti i contagiati che non abbiano avuto necessità di ricovero in ospedale. Non si tratta dunque di asintomatici: l’asintomatico è per l’appunto colui che, pur avendo contratto il virus, non presenta alcun sintomo. Ma chi sintomi invece ne ha eccome, semplicemente non tanto gravi da richiedere l’ospedalizzazione immediata, vuoi anche perché magari non considerato nelle fasce più a rischio, non può essere conteggiato in tale computo: è per definizione sintomatico, e nulla vieta che le sue condizioni possano peggiorare col passare dei giorni.

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Si evidenzia insomma una grossa confusione, anche fra Regione e Regione, sulle definizioni, per lo meno nella comunicazione al pubblico e coi media. Nel caso ligure, ad esempio, si utilizza una ratio evidentemente opposta a quella campana. Ad esempio ieri, sul record di 1.035 nuovi positivi individuati in Liguria, ben 958 sono stati classificati come pazienti sintomatici nella tabella del flusso dati. Davvero in Liguria i numeri sono opposti ed il 92% dei contagiati è sintomatico? Anche questo è statisticamente impossibile. In altre regioni ancora, come il Veneto, si pare nuovamente seguire una definizione più simile a quella campana. Dove sta la verità?

Fermo restando che in proporzione il numero di asintomatici individuati sul totale dei positivi è sicuramente oggi molto più alto che a marzo-aprile, per via dell’aumento del numero di tamponi che hanno permesso il tracciamento anche di molti di quegli asintomatici che in primavera sfuggivano al campionamento e restavano fuori dalle statistiche (su questo abbiamo già scritto un dettagliato approfondimento), l’unico metro di riferimento ufficiale a cui possiamo affidarci è quello dell’Istituto Superiore di Sanità. Nell’ultimo bollettino dell’ISS, ad oggi aggiornato ai dati normalizzati del 13 ottobre (per l’appunto dati verificati ed uniformati con un criterio univoco, per cui occorre tempo), si notano numeri molto differenti. Rispetto al monitoraggio delle due settimane precedenti il numero di sintomatici era pressoché raddoppiato (15.189 casi contro 8.198), e i casi individuati già solo a causa della comparsa di sintomi (ossia persone a cui è stato effettuato il tampone proprio perché avevano sintomi sospetti) sono il 31,6% del totale. Una proporzione che sale lievemente nel computo totale e nel calcolo dell’RT, che mostra i sintomatici aggirarsi attorno all’ordine del 40-45%, fra paucisintomatici, lievi, più gravi e critici, con ulteriori differenze a seconda della fascia d’età (il tasso di asintomaticità molto più elevato fra i contagiati al di sotto dei 50 anni), poiché vanno aggiunti anche coloro per cui i sintomi sono emersi in seguito e/o hanno ricevuto un tampone per altre ragioni e poi hanno riferito di avere sintomi.

Al 13 ottobre 2020, riassume il bollettino dell’ISS, risultavano guariti 232.934 casi. «Escludendo dal totale dei casi segnalati i casi guariti, quelli deceduti (36.233) e 27 casi persi al follow-up, l’informazione sulla gravità clinica dei pazienti affetti da COVID-19 è disponibile per 75.892/89.305 casi confermati (85%) riportati al sistema di sorveglianza. Tra questi, 42.404 (55,9%) risultano asintomatici, 11.906 (15,7%) sono pauci-sintomatici, 16.074 (21,2%) hanno sintomi lievi, 4.990 (6,6%) hanno sintomi severi e 518 (0,7%) presentano un quadro clinico critico».

Insomma, i dati ufficiali ci indicano circa il 56% di asintomatici. Anche questi sono comunque numeri da prendere con le pinze: gli studi di settore sono molto eterogenei, e a seconda del contesto le forbici di asintomaticità si sono viste variare dal 4 all’81%. Questo perché le variabili sono numerosissime: differenti evoluzioni epidemiche in nazioni diverse, con medie anagrafiche diverse nella popolazione, diverse capacità di risposta e metodologie dei sistemi sanitari, oltre che, naturalmente, anche i periodi diversi, per citarne solo alcune. Ma, una cosa è certa, l’ordine di grandezza non è certo quel fantomatico 95%.

E le Terapie Intensive? Davvero non preoccupano?

Il report dell’ISS conferma comunque che, pure al netto delle dovute normalizzazioni visto il differente bias di campionamento, il tasso di ricoveri e soprattutto di ricoveri critici è migliorato rispetto alla primavera. Ma gli ordini di grandezza non sono poi così diversi: all’ultimo bollettino nazionale di ieri, i ricoverati in media intensità in Italia erano 11.287, oltre a 1.128 in Terapia Intensiva. In Terapia Intensiva vi è dunque circa il 9% dei ricoverati totali. Il 16 marzo scorso lo scenario epidemico era simile a quello odierno, anche se tante statistiche correlate al numero totale dei positivi erano “drogate” dal decisamente troppo piccolo numero di tamponi che eravamo in grado di fare, ossia in rapida crescita esponenziale, ed analogo era anche il numero dei ricoveri: 12.876 di cui 1.851 in Terapia Intensiva. All’epoca, dunque, sul totale dei ricoverati quelli in Terapia Intensiva erano il 14,3%. Le cose vanno dunque sicuramente meglio, è vero: le terapie si sono affinate, il sistema sanitario – per ora – regge ancora e sui malati più gravi si può intervenire più precocemente impedendo le loro condizioni precipitino, ma l’ordine di grandezza resta paragonabile. E dunque paragonabili sono anche gli scenari futuribili, da cui scaturisce il ragionamento sulle misure di contenimento volte ad abbassare la curva del contagio: ancora una volta i numeri – quelli ufficiali, veri, posti nel loro corretto contesto – mostrano che l’emergenza c’è eccome, e qualcosa deve essere fatto.

Questo, certo, non semplifica però il lavoro di Governo e Regioni: perché resta assolutamente vero anche il nodo dell’impatto economico che certe misure non possono che avere sulla nazione. Ma non è certo con dati parziali – quando non proprio falsi – volti a far credere alla popolazione che non vi sia una vera emergenza, che questo nodo si potrà sciogliere trovando il più ottimale equilibrio fra tutela della salute pubblica e tutela del benessere economico.

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