Lo sfogo su FB

Sansa choc “Vi racconto il Covid visto dal letto” 

Il candidato racconta la sua esperienza, tra ASL mute, sintomi e tracciamento dei contatti "Sono balle" 

Sansa choc “Vi racconto il Covid visto dal letto” 
10 Ottobre 2020 ore 13:12

“Vi racconto il Covid visto dal letto”. Con un lungo post su Facebook, Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto Quotidiano e candidato presidente alle elezioni regionali 2020, sostenuto da sinistra e M5S, racconta le peripezie di una famiglia durante la pandemia, con un bambino positivo, i sintomi addosso e l’abbandono apparente d alarte delle istituzioni.

Figlio con febbre, poi arriva il tampone

A contrarre il virus uno dei figli del giornalista, inizialmente scambiato per un raffreddore “buscato” in piscina, prima dell’esito lapidario del tampone. Anche Sansa e la moglie accusano i sintomi, febbre, “ossa rotte” olfatto azzerato, ma i primi riscontri sono negativi. Il candidato lancia un appello per sensibilizzare nei confronti di tutte quelle famiglie abbandonate a sé stesse dalle ASL.

Il lungo post su FB

Alla fine per avvertire i miei contatti ho dovuto fare un post su Facebook. Altro che Immuni. Altro che tracciamento.
Vi promettono che tracciano i contatti dei malati: balle. Vi raccontano che useranno Immuni: fantascienza. Vi dicono che vi seguiranno mentre siete malati a casa: aspetta e spera.
Vi racconto il covid visto dal letto.
Allora… venerdì scorso mio figlio di 15 anni ha la febbre. Nessun sintomo tipico, ha preso freddo in piscina ma decido di tenerlo a casa da scuola. E di tenere a casa anche i due fratelli più piccoli perché non voglio infettare nessuno. Non si sa mai. Sabato gli facciamo il tampone anche se siamo certi che non sia niente. E invece lunedì arriva la risposta: è covid.
Martedì, questo ha funzionato, la ASL ci convoca per il tampone in auto. Noi e i nonni. La persona che ci telefona non fa nessun tracciamento di nostro figlio e nemmeno dei nostri contatti. Chiede soltanto che scuola fanno. Nessuna domanda sulle palestre che frequentiamo, il calcio, gli scout. Zero. Per fortuna ci abbiamo pensato noi ad avvertire subito tutti.
Chiediamo se possiamo comunicare i dati di Immuni visto che lo abbiamo scaricato tutti (genitori e figli). Risposta: “Immuni? non sappiamo cosa bisogna farne”.
Da allora comincia il vuoto. La ASL scompare. Non richiama più. Non risponde alle telefonate. Arriva l’esito di alcuni degli esami: io risulto negativo ma ho 38 di febbre da giorni. Non sento più gli odori, respiro male e ho le ossa rotte.
Mia moglie ha avuto la febbre per giorni, ferma a letto spossata. L’olfatto azzerato. Ha il covid? I sintomi ci sono ma dopo quattro giorni attende ancora l’esito del tampone. Non sa cosa rispondere a chi la conosce.
Impossibile anche solo tentare una quarantena familiare così, senza sapere chi isolare. Dei due figli piccoli uno era negativo, l’altro chissà. Non si sa più nulla del tampone.
Il medico di famiglia, l’unico che risponde dalla trincea delle vaccinazioni Anti influenzali, consiglia di prendere antibiotici per evitare complicazioni.
Provo a chiedere a un laboratorio privato se è possibile rifare tampone a mie spese. Risposta: il 16 ottobre. Ma per quella data saremo tutti guariti oppure… meglio non domandarselo.
Intanto stamattina i sintomi persistono. Un amico medico consiglia di accelerare con la terapia. “Sono cinque giorni che hai sintomi, sono le ore decisive, dice, per una reazione positiva. Comincia il cortisone”. Ma c’è anche chi suggerisce di “andare in ospedale per una lastra o una tac perché non si deve perdere tempo”.
Ma tanto per cominciare servono tamponi. Per me e per i miei familiari. Per tutelare la salute loro e delle persone che hanno incontrato. I parenti, gli amici, i compagni.
Che fare? Non voglio pigliare scorciatoie. Voglio seguire il percorso di un cittadino qualsiasi. Allora chiamo la ASL. Una, dieci, venti volte. Il centro covid non risponde. Il centralino allarga le braccia: “Mi spiace, è un disastro”.
Il numero verde della Regione non esiste più. C’è solo il 112. Lo faccio?
Intanto si resta appesi al saturimetro; l’aggeggio maledetto – ma si tiene in su, in giù oppure piatto? – che deve dare un responso sul tuo destino, ma una volta segna 99 e una 80 e tu non sai sei guarito o stai per finire in terapia intensiva.
Consola pensare che in fondo siamo fortunati. Si, ad ammalarci adesso perché, visto come si sono organizzati, meglio stare male all’inizio della seconda ondata. E non è certo colpa di chi lavora nelle corsie, di medici e infermieri. Anche per loro si preparano mesi terribili di pericolo e fatica.
Consola sapere che altre centinaia di persone in Liguria oggi sono nella nostra stessa situazione. Nella stessa solitudine. Gente che non fa il calciatore e non può fare migliaia di tamponi ogni weekend. Gente che non si chiama Trump, Berlusconi o Briatore e sa di poter contare su scorte di remdesivir come Dom Perignon.
Ma se io faccio un post magari qualcuno interviene. In fondo conosco medici e pneumologi per i casi di emergenza. Ma tanti altri che sono davvero soli che cosa possono fare? È tanto diverso il covid visto da un letto se per dire che stai male devi usare Facebook 

 

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