Il caso

Studenti appendono a testa in giù le sagome di Meloni e Valditara. Berrino: «Questo non è antifascismo, ma odio»

L'ira del senatore FdI in seguito alle proteste che hanno infiammato il centro di Genova. «Studiate la storia»

Studenti appendono a testa in giù le sagome di Meloni e Valditara. Berrino: «Questo non è antifascismo, ma odio»
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Interviene con una nota stampa il senatore di Fratelli d’Italia Gianni Berrino, di Sanremo, in seguito alle partecipate proteste studentesche che oggi hanno infiammato il centro della città di Genova.

 

Berrino: «Questo non è antifascismo, ma odio»

All’origine dell’intervento del senatore un episodio che ha visto alcuni studenti appendere in via dei Santi Giacomo e Filippo, vicino alla Prefettura del capoluogo, delle sagome della premier Giorgia Meloni e del Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara appese a testa in giù. I cartonati, posizionati vicino a dei bidoni dell’immondizia, in seguito bersagliati da un lancio di uova al grido «Il maresciallo Tito ce lo ha insegnato, uccidere un fascista non è un reato». Il riferimento è all’esposizione pubblica del cadavere del dittatore Benito Mussolini, appeso insieme a quello dell’amante Claretta Petacci a un distributore di benzina in Piazzale Loreto, a Milano, il 29 aprile del 1945.

«Le sagome di Giorgia Meloni e Giuseppe Valditara a testa in giù, bersagliate con uova mentre si inneggia a Tito e si grida ‘uccidere il fascista non è reato’, sono una vergogna. Una rappresentazione di odio che rivela una profonda ignoranza della storia». Così Berrino, che aggiunge: «Questi ragazzi scelgono come riferimento Tito, un dittatore comunista il cui regime porta la responsabilità delle persecuzioni, delle foibe e delle sofferenze inflitte agli italiani del confine orientale. Prima di scandire certi slogan dovrebbero studiare la storia e conoscere le tragedie che evocano con tanta leggerezza. Si attribuisce l’etichetta di fascista a chiunque non la pensi come loro, pretendendo così di legittimare l’intimidazione dell’avversario. Scimmiottano le forme più cupe della lotta politica degli anni Settanta, senza conoscere né comprendere i danni che quella stagione ha procurato: ragazzi assassinati, famiglie distrutte, un Paese attraversato dall’odio e dalla paura. La tragedia di Sergio Ramelli dovrebbe insegnare quanto possano essere devastanti la demonizzazione politica e la violenza».

«Esprimo piena solidarietà a Giorgia Meloni e Giuseppe Valditara. Da tutte le forze politiche, a partire dalla sinistra, mi aspetto una condanna netta, senza alibi e senza minimizzazioni. Chi manifesta per la scuola dovrebbe rivendicare anzitutto conoscenza, rispetto e capacità di confronto. Evocare l’uccisione di chi ha idee diverse significa calpestare quei valori democratici che si pretende di difenderle».

Conclude Berrino: «A questi ragazzi dico una cosa semplice: tornate tra i banchi di scuola e studiate la storia! Perché inneggiare alla morte di chi la pensa diversamente non è antifascismo, è odio e ignoranza. La storia non si usa a convenienza e la violenza non diventa accettabile soltanto perché colpisce l’avversario politico».

 

Le proteste

Gli studenti, radunati da Opposizione studentesca alternativa (Osa) hanno sfilato in centinaia con cori e striscioni nel centro del capoluogo ligure, nel “No Meloni Day“. Al centro delle proteste il decreto Valditara, la riforma degli istituti professionali, il carovita, il carobenzina e l’aumento delle spese militari a discapito di altri capitoli di bilancio come la sanità e la pubblica istruzione. Davanti alla sede di Confindustria, i manifestanti hanno anche dato alle fiamme una sagoma di cartone di un carro armato. A parte il lancio di uova e gli slogan su Tito, il corteo si è svolto senza particolari momenti di tensione.

Protestano i sindacati di Polizia

«Cortei in strada che urlano slogan contro le armi e la violenza a favore della scuola mentre, un minuto dopo, volano bombe carta e bottigliate contro gli agenti in servizio. Per non parlare dell’incursione criminale dentro una scuola elementare di Torino devastata da incappucciati armati di spranghe. Cosa può esserci di più ipocrita e ridicolo? Le brutte scene delle solite aggressioni nei vari cortei per manifestare a proposito del sistema scuola, che si sono viste oggi in tante città d’Italia, sono da condannare fermamente come frutto di consueti comportamenti irresponsabili e, non di rado delinquenziali. Incredibilmente c’è ancora bisogno di ripeterlo: i poliziotti sono in strada per lavorare, per garantire un servizio; non sono in strada per essere il bersaglio della violenza aizzata da abili manovratori politici che strumentalizzano tutti pur di creare disordini, incidenti e ferire chi rappresenta lo Stato. Chi vuole manifestare e soprattutto essere ascoltato deve rispettare le regole, altrimenti non può essere preso in considerazione»

Così Valter Mazzetti, Segretario generale Fsp Polizia di Stato, dopo i vari disordini e tensioni che si sono verificati in diverse città durante i cortei per la scuola.

«Tutti gli organi di informazione hanno dettagliatamente riportato scritte, cori, dichiarazioni di partecipanti ai cortei che hanno chiesto più soldi per la scuola ‘per poter studiare tranquilli’ hanno detto; soldi da togliere al riarmo perché ‘vogliamo più aule non più bombe’ hanno detto. Ebbene le bombe che questi signori non vogliono non devono essere evidentemente quelle che hanno lanciato contro i poliziotti. Bisogna capire che certe fesserie neutralizzano, purtroppo, qualsiasi serio contenuto di una qualsiasi manifestazione. Bisogna capire che quelle donne e uomini in divisa che si trovano per strada durante i cortei sono i genitori o i parenti o gli amici dei compagni del banco accanto, non nemici. Bisogna essere abbastanza svegli da capire quando sono ‘altri’ che vogliono spingere a fare delle cose solo per motivazioni politiche, senza che gli importi nulla della scuola, dei banchi né di nient’altro. I ragazzi si sveglino. I primi che ‘vogliono stare tranquilli’ e che non vogliono ‘più bombe’ sono gli operatori delle Forze dell’ordine che, dopo i cortei, vorrebbero tornare tutti interi a casa».