Il sindaco di Imperia Claudio Scajola ha aperto la seduta del parlamentino odierna con una riflessione a margine dell’inchiesta che lo vede tra gli indagati in qualità di presidente della Provincia sul finanziamento del biodigestore di Regione Colli (Taggia).
La versione di Scajola sul biodigestore in Consiglio comunale a Imperia
Secondo la Procura Europea, il presidente su predisposizione ed indicazione del consulente Riccardo Demicheli (indagato a sua volta, ad di Avalon) avrebbe inoltrato la domanda per ottenere 6,4 milioni di euro dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per realizzare l’opera pur sapendo che l’impianto avrebbe ospitato anche una discarica di servizio. Un elemento che contrasta con uno dei severi principi ambientali europei che delimitano il perimetro delle opere PNRR e che avrebbe dunque reso il finanziamento improcedibile. Dal canto suo, come aveva già espresso per bocca del suo avvocato Elisabetta Busuito, Scajola ha esposto le sue memorie difensive alla Procura Europea di Torino. In sostanza, come espresso all’apertura del consiglio, ha affermato di avere agito nella più totale buonafede, in base alle indicazioni fornitegli dai tecnici e in assenza di un progetto definitivo.
Il lungo intervento del sindaco e presidente della Provincia
«Desidero aprire questa seduta mostrando un oggetto, che tengo tra le mani – ha detto Scajola -. È una penna. Con questa penna firmo, ogni giorno, gli atti della nostra amministrazione. Con questa penna mi assumo responsabilità. Questa penna, vale per me e per tutti gli amministratori, può diventare l’arma di presunti delitti. Chi amministra sa cosa significa impugnare questa penna. Sa che ogni firma è una scelta e che ogni scelta può essere contestata, sia che tu scelga di firmare, sia che tu non lo faccia. Questo è il peso di chi governa. Un peso che si accetta, con consapevolezza e con onore, perché attribuito democraticamente dai cittadini, che hanno riposto in te, e non in altri, questa
responsabilità».
«Qualche anno fa, insieme a tutti i sindaci d’Italia, di tutti i colori politici, senza eccezione, scendemmo in piazza a Roma con questa stessa arma del delitto in mano. Per denunciare una stortura intollerabile, quella per cui tanti, tantissimi amministratori pubblici vengono travolti da indagini per aver semplicemente svolto il proprio lavoro. Ho voluto ricordare questo argomento per le vicende delle ultime ore, quelle sull’indagine in corso per il finanziamento, mai arrivato, per il Biodigestore di Taggia. Non è questa la sede per ripercorrere nel dettaglio quella vicenda. L’ho già fatto, in modo dettagliato, con una memoria approfondita alla Procura Europea. E le carte, tutte le carte, parlano con chiarezza. Ma sento comunque di dover condividere con voi una riflessione. Quando ho firmato quella richiesta, quando da Presidente della Provincia ho impugnato quest’arma (ndr mostra la penna), come si evince dai documenti, nessun tecnico mi aveva rappresentato criticità e nessuna circostanza ostativa mi era stata segnalata. Ma dico ancor di più: il progetto definitivo dell’impianto non era ancora disponibile. Ho dunque agito, come chi amministra è chiamato a fare ogni giorno, sulla base delle informazioni che avevo. E ho agito nel solo ed esclusivo interesse pubblico».
«Ma c’è di più. Quando i tecnici mi hanno illustrato le problematiche legate all’impianto di Taggia, sono stato io stesso a riprendere di nuovo quest’arma, a scrivere una lettera di mio pugno e a informare formalmente il Ministero dell’Ambiente. È stata proprio la mia comunicazione a dare avvio al procedimento di revoca del finanziamento. Le carte lo attestano senza margine di dubbio. Sono dunque pienamente, convintamente fiducioso che la correttezza del mio operato sarà riconosciuta. Detto questo, c’è un tema più ampio che si lega a quanto ho avuto modo di leggere in questi ultimi giorni. Dichiarazioni di alcuni componenti di questo Consiglio che hanno richiesto, per questa vicenda, le mie dimissioni . Dichiarazioni che tradiscono, nel migliore dei casi, una comprensione superficiale di come funziona l’amministrazione pubblica. Nel peggiore, una strumentalizzazione politica inqualificabile. Prendo a prestito alcune parole. “Tanti casi hanno portato al proscioglimento, all’archiviazione, all’assoluzione, ma chi restituirà ai sindaci accusati e alle loro famiglie la serenità che mesi e anni di esposizione mediatica hanno perso? La parola indagato la conosciamo tutti e la ritroviamo sulle prime pagine dei giornali a caratteri cubitali, la parola assolto non la conosce nessuno, finisce a pagina diciassette in un trafiletto”. Queste parole che vi ho letto non sono mie. Furono pronunciate in quella manifestazione di cui vi parlavo all’inizio, quella in cui come sindaci mostrammo le nostre armi del delitto, da un importante esponente del Partito Democratico, l’attuale presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, all’epoca presidente nazionale di Anci».
«Parole lucide, parole giuste, parole che chiunque abbia mai svolto un qualsiasi incarico di amministrazione sarebbe pronto a sottoscrivere. Eppure sono parole che alcuni iscritti a quello stesso partito, in questa città, paiono non conoscere. Segno di una cultura politica, ahimè, profondamente degradata. Comprendo che chi non ha mai amministrato nulla, chi non ha mai tenuto in mano questa penna, chi non ha mai sentito il peso di una decisione pubblica, fatichi a comprendere cosa significhi governare. E quindi comprendo, ma ugualmente condanno, che in assenza di argomenti solidi e in presenza di un profondo astio personale, ci si lasci andare a dichiarazioni che provengono con tutta evidenza da zone anatomiche ben più basse della mente. Si sono chieste le mie dimissioni invocando una qualche forma di uguaglianza rispetto a quanto avvenuto di recente nell’amministrazione che mi onoro di guidare. Vedete, c’è un principio che si apprende alla prima lezione di diritto costituzionale: situazioni eguali si trattano in maniera eguale, situazione diseguali si trattano in maniera diseguale. È un principio base di civiltà, giuridica e democratica. Chi non lo conosce dimostra di possedere una idea deviata di giustizia».
«Non ci si deve dimettere non appena compare la parola indagato. Così si dice che il prezzo per governare è troppo alto»
«Lo dissi nel mio discorso di insediamento di questa consigliatura – conclude il sindaco – e lo ribadisco in questa sede: il giusto non si nutre della cultura del sospetto, del sensazionalismo, bensì della ricerca quotidiana di trovare un equilibro, il buon senso, il meglio possibile, con una distinzione tra il grano buono e la zizzania. Altrimenti non siamo di fronte a un tema di giustizia, ma di sciacallaggio. È meschinità. Ed è una meschinità che conosco bene, perché viene da chi non ha mai firmato un atto, non ha mai assunto una decisione, non ha mai risposto di nulla davanti a nessuno, anche quando ha commesso errori gravissimi nella propria carriera. E questo non è un problema che riguarda Claudio Scajola. Quando si normalizza l’idea che un amministratore debba dimettersi al solo comparire della parola “indagato”, si sta dicendo a ogni persona capace e onesta che il prezzo di governare è troppo alto, perché sarà ricattabile dal primo querulomane di turno, che dedica la propria vita a presentare esposti. Se si accetta quel principio malato, si sta garantendo che le istituzioni restino nelle mani di chi non decide mai nulla, non firma mai nulla, non rischia mai nulla. Non possiamo permettercelo».